Suoni dal XV secolo (parte I)
maggio 25th, 2009Che quella napoletana sia terra di grande tradizione musicale è fatto risaputo. Dove affondi le proprie radici questa tradizione non lo è altrettanto e c’è chi romanticamente spiega questa inclinazione con la bella leggenda della sirena Partenope.
Va subito detto che i Gigi D’Alessio di turno – dichiarandosi apertamente eredi della storica canzone partenopea – NON incarnano per nulla la tradizione napoletana*.
(*probabilmente il neomelodico verrà studiato un giorno come sottoprodotto della tradizione partenopea, di profilo basso-culturale)
Eh sì! Anche perché mi pare, in tutta onestà, di poter affermare che l’ultimo vero “chansonnier” napoletano sia stato Roberto Murolo scomparso nel 2003.
1500

LA VILLANELLA:
In musica, la villanella o canzone villanesca è una forma di canzone profana nata in Italia nella prima metà del XVI secolo. Apparsa inizialmente a Napoli, influenzò la più tarda forma della canzonetta e – in seguito – del madrigale. L’argomento delle villanelle era generalmente rustico, comico e spesso satirico: di frequente si parodiava il manierismo della musica di allora, frequente ad esempio nei madrigali.
Per molti anni questo genere è stato erroneamente classificato come minore e popolare. Si tratta quindi di rivalutare un vero patrimonio che può assumere una notevole importanza se lo si considera come il confine tra tradizione orale e tradizione scritta della musica aprendosi quindi ad una dimensione antropologica.
Scriveva Carlo Ginzburg che “Siccome nessuno sarà disposto a negare l’inverso, e cioè la relativa originalità della cultura alta, il problema è riuscire a documentare, ove necessario, la relativa originalità della cultura bassa. È un compito difficile”.
Inoltre riporto da “L’eredità di Partenope ” di Enzo Carro - ediz. Simeoli:
“Saje quanno fuste Napule, Corona ?
Quanno regnava Casa D’Aragona”
Nel 1442 Alfonso D’Aragona, detto Il Magnanimo, conquista Napoli e permette alla lingua napoletana di entrare ufficialmente a corte - fino ad allora la lingua scritta era il latino ed era già molto presente il toscano (a sua volta nato dalla prima letteratura in volgare nata in Sicilia sotto Federico II di Svevia e portato a Napoli da G.B.Basile con il suo ” Lu cunto de li cunti “, senza però che i successori angioini dessero ulteriore sviluppo di quella lingua a Napoli, fino all’arrivo degli Aragonesi) .
Alfonso D’Aragona istituisce nella città la Reale Accademia Napoletana, detta anche Pontaniana perchè guidata dall’umanista Giovanni Pontano. E presso la corte aragonese, nasce la Scuola Musicale Ufficiale, permettendo così la valorizzazione della già proverbiale fantasia poetico-musicale napoletana. Si inizia a scrivere in lingua neopoletana ma solo per il secolo di dominio aragonese, perchè i successori castigliani che degradarono il regno a viceregno di Spagna l’abolirono dall’uso negli uffici pubblici.
Ma naturalmente non dagli scritti poetici e teatrali, dove si era ormai affermata . Pare che Benedetto Cariteo - segretario spagnolo di Federico D’Aragona nonché poeta e scrittore anche in latino e toscano - sia stato uno dei primi a voler salvare la poesia popolare napoletana, ma lo fece traducendola in lingua letteraria, cosìcché ci ritroviamo chissà quanti canti napoletani… in toscano.
A Napoli già da tempo erano cantati strambotti, canzoni, frottole il testo dei quali era intessuto di detti, sentenze, proverbi, indovinelli e prevedeva sempre un’intenzione satirica o morale.
Musicalmente era una cantilena o una filastrocca.. e, come dice A. Fierro : ” Molto amate erano quelle pe’ lo spasso de lo Carnevale e relative ai vari mestieri , come Lo pescivendolo, Lo recottaro…”
Un esempio di filastrocca napoletana è questa, composta da tale Pieto Jacopo De Jennaro:
Facte molla et no più dura poy che sì formosa e bella
che ognie fico , volombrella , in chesto tempo s’ammatura
Facte dolce e no più amara non te fate tenè più acerba
per Dio, no essere più avara facte umile et no superba
Mentre è verde la tua erba fà che el mundo renovella
che ogni fico, volombrella ,in che sto tempo s’ammatura
Mò che sì meza amallata e tra funfre porgi guerra
no aspectare che sei seccata e che casche in piana terra
Fà che oramai da te se sferra sa doreza freda e fella
che ogni fico, volombrella, in chesto tempo s’ammatura.
Scrisse in dialetto napoletano Jacopo Sannazzaro , che oltre ai capolavori che lo resero celebre come “L’Arcadia” e ” Il Parto della vergine” , compese degli gliuommere ( gomitoli) che erano filastrocche simili alle frottole , ma tali da essere espresse in modo misterioso da interpretare ” sbrogliare” , insomma da sciogliere - appunto - come un gomitolo .
Janni dell’uorto - Anonimo del Cinquecento (villanella)
Janni dell’uorto se n’addunarria,
ca quanto faccio a ttia tutto è perduto.
Io nun so’ muto
nemmanco so’ paputo,
ture lure lu
ca saccio chi si’ tu.
Non me la leva chesta fantasia,
ca nun ce grascia chest’è resoluto.
Io nun so’ muto
nemmanco so’ paputo,
ture lure lu
ca saccio chi si’ tu.
Dall’auta parte la speranza mia,
ca quacche tiempo sarrò conosciuto.
Io nun so’ muto
nemmanco so’ paputo,
ture lure lu
ca saccio chi si’ tu.
E te lu ddico mò rico lu vvero,
ca ‘na spina te pugnarrà lu pere.
Io so’ sincero,
e saccio cu chi ll’hai,
ture lure lu
ca saccio chi si’ tu.
addunarrìa: accorgersi
paputo: vecchio rimbambito
grascia: la grassa, l’abbondanza












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